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rights reserved 2003-2010 Wooden Architecture Design by Thomas Allocca architectural/interior designer and journalist with special interest of research for medieval and norwegian wooden architecture . background music © 2001 soundtrack from The Lord of the Rings, Concerning Hobbits ![]() |
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| Questa pagina è dedicata alla promozione del bamboo in Italia soprattutto come risorsa per l'architettura sostenibile. La cultura del bamboo non appartiene all'Italia se non attraverso pochi, ancora pochi estimatori ed esperti a vario titolo. Gli articoli di questa pagina derivano dalla mia specifica esperienza di designer e giornalista esperto di architettura in legno e sostenibilità, nonché dalla mia diretta esperienza di coltivatore di bamboo, con particolare interesse per il Phyllostachys Bambusoides Bambusoides, il bamboo più duro al mondo per la migliore architettura sostenibile. Buona lettura! |
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Madake project text and photos by Thomas Allocca
Verrà il giorno in cui il bamboo sostituirà in maniera sostanziale gran parte delle risorse naturali da costruzione già considerate altamente sostenibili. Quel giorno segnerà il passaggio dall’architettura Sostenibile all’architettura Produttiva, in quanto la produttività di un bambuseto è tale, enormemente maggiore rispetto anche a quella delle foreste arboree, che per quante case si volesse costruire, si avrebbe sempre più bamboo disponibile, con una crescita esponenziale nel tempo tale che la mia teoria sulla città ideale “TreGaard” [Thomas Allocca (2010)] troverà finalmente la sua reale applicazione.
Ricordo e cito spesso, ogni volta che ne ho occasione, una definizione dell’uomo moderno fatta da Lewis Mumford intorno al 1965. Grosso modo la sua visione, e la sua critica, era data dal fatto che vedeva la gestione del territorio, l’uso delle risorse, l’inquinamento e il depauperamento della natura, l’urbanizzazione, e nello specifico l’architettura moderna, come un uomo alla guida di un’auto in corsa lanciata a velocità sempre maggiore, avendo dimenticato sia da dove sia partito sia dove debba arrivare. Ebbene, riguardo in modo specifico l’architettura, che in larga scala vuol dire urbanizzazione, e che in scala ancora maggiore vuol dire gestione del territorio e delle risorse naturali, il bamboo ha tutte le potenzialità, le migliori potenzialità rispetto ad ogni altra risorsa naturale, per essere da guida a quel guidatore incosciente, ridargli una meta, ma soprattutto ridargli il senso del limite, sia di velocità che di percorso. Dalla mia esperienza, quella giapponese è in tal senso l’eccelsa, e sia in termini di guida come navigatore satellitare che in termini di qualità e sicurezza dell’auto da usare per il viaggio. In altri termini, l’esperienza che ha accumulato nei secoli il Giappone in merito al bamboo, ed in particolare sulla specie Phyllostachys Bambusoides Bambusoides, è quanto di meglio oggi possiamo utilizzare come maestra per progettare al meglio l’architettura del futuro sulla base della risorsa bamboo.
Ricerca scientifica e sperimentazione di nuovi materiali sono alla base dell’innovazione e lo sviluppo dell’architettura, ma senza una meta, senza una guida, senza la giusta auto che consenta di deviare al momento giusto o perlustrare strade inesplorate che potrebbero rivelarsi scorciatoie, la guida all’impazzata fatta solo di alta velocità non porta che a schiantarsi o al nulla appena finisce il carburante. Quando il bamboo verrà considerato il materiale naturale da costruzione per eccellenza a livello globale, cioè ovunque sul pianeta e non solo dove oggi se ne coltiva, ogni altro materiale risulterà sempre deficitario, meno adatto, meno intelligente, per cui anche se la ricerca e la sperimentazione sui materiali da costruzione porteranno a nuove scoperte ed invenzioni, si tratterà pur sempre di materiali di supporto al bamboo a garanzia del potenziamento delle sue prestazioni e non certo della sua sostituzione.
La storia del bamboo in Asia è stata definita come “una storia così inestricabilmente connessa alla storia umana che si potrebbe parlare di una civilizzazione del bamboo” [Salleh Mohd Nor (1995 june)]. Quando ciò si potrà dire per ognuno degli altri continenti, il passaggio epocale avrà il suo inizio, il cambiamento sarà già stato messo in atto con la piantumazione di bambuseti in ogni continente, e laddove non sia possibile per questioni ambientali non adatte, la globalizzazione del mercato e delle menti avrà comunque consentito la facile esportazione di bamboo prodotti altrove ma utilizzati uvunque.
Se si chiede ad un giapponese perché coltiva bamboo o perché ne ha nel giardino o perchè esistono parchi che ne hanno o musei che lo contemplano, la risposta è “perché… tu non ne hai?”. Se si pone ad un americano o ad un europeo la stessa domanda, la risposta sarà qualunque altra ma non “perché… tu non ne hai?”. Estetica, vendita, utilità pratica di frangivento… insomma, qualunque altra motivazionema non la semplice meraviglia di averne perché parte integrante della storia locale al di là della utilità pratica reale. E’ questo il motivo per cui è soprattutto dalla cultura giapponese che bisogna partire per comprendere le potenzialità del bamboo, e dal bamboo giapponese per eccellenza, il phyllostachys bambusoides bambusoides, che i giapponesi chiamano “madake” ovvero “ma= comune, abbondante” e “dake = bamboo” cioè la più comune e imprescindibile delle piante in Giappone.
E’ da queste convinzioni che ho valutato le potenzialità del madake in architettura iniziando a promuoverlo in Italia con passione e documentazione scientifica, e dal 2006 a riprodurlo in modo sperimentale dando origine al Madake Project.
La capacità di riproduzione del madake è impressionante. Può raggiungere i 15 cm di diametro per 25 metri di altezza nel corso di una decina di anni, e poi ogni anno successivo fornire maestose muraglie del migliore bamboo al mondo. Nella mia esperienza, iniziata per i primi anni in campo aperto dal 2006 al 2009, ed oggi coltivazione sperimentale in vasi da 50 litri con assoluta assenza di terra (solo segatura selezionata e pressata), ho potuto constatare che la velocità di crescita dei rizomi è verificabile giornalmente, e partendo da una pianta di 5 mm di diametro per circa 1 metro di altezza, nel corso di due anni avevo già oltre 100 mq di terreno invasi dai rizomi. L'altezza e lo spessore delle canne si raddoppia di anno in anno e il numero delle canne si triplica/quadruplica. La sperimentazione mi sta dimostrando che le intuizioni erano giuste: non serve irrigare dal momento che la differenza di temperatura tra notte e giorno crea condensa nel vaso e irriga le radici in modo naturale, la segatura non secca mai al di sotto dei primi 4-5 cm superficiali; il numero di nuove canne è maggiore che in piena terra; la durezza delle canne è maggiore per la lignina che assorbono; i rizomi corrono più velocemente e per più mesi all'anno dato il calore prodotto dalla segatura e la maggiore resistenza al freddo invernale.
La durezza delle canne è stata sperimentata attraverso il martellamento in terra. Due canne della stessa sezione di circa 2 cm alla base, di stessa età di due anni, sono state tagliate all'altezza di un metro dall'attacco radicale e sono state poi unteriormente tagliate dell'altezza di 40 cm circa con pari numero di nodi terminali. Fissate a terra sono state martellate dalla stessa distanza con stessa forza e martello d'acciaio. La canna cresciuta in terra si è aperta al di sotto del nodo di testa e di punta dopo un numero di colpi minore rispetto alla canna cresciuta nel vaso in totale assenza di terra con sola segatura.
monopodiali (running bamboo) per clima temperato
CENTRO e NORD ITALIA:
Phyllostachys Bambusoides Bambusoides (Madake, Japanese
Timber Bamboo)
Phyllostachys Bambusoides Aurea (Aurea)
Phyllostachys Bambusoides Castillonis
Phyllostachys Edulis (Moso)
Phyllostachys Nigra
Kimono
Bambusa Tumidinoda
simpodiali (clumping bamboo) per clima tropicale SUD ITALIA: Bambusa Chungii (Tropical Blue Bamboo) Dendrocalamus Asper Dendrocalamus Giganteus Guadua Angustifolia
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Madake | classificazione e sottospecie text by Thomas Allocca regno PLANTAE sottoregno VIRIDAEPLANTAE phylum MAGNOLIOPHYTA subphylum SPERMATOPHYTINA infraphylum ANGIOSPERMAE classe LILIOPSIDA sottoclasse COMMELINIDAE superordine POANAE ordine POALES famiglia POACEAE sottofamiglia BAMBUSOIDEAE tribù BAMBUSEAE o SHIBATAEEAE genere PHYLLOSTACHYS specie BAMBUSOIDES nome botanico PHYLLOSTACHYS BAMBUSOIDES
Generalmente si indica con Phyllostachys Bambusoides la specie madre, precisando un terzo nome botanico in caso si tratti di sottospecie. Io preferisco definire la specie madre come una sottospecie impropria, per cui nei miei scritti e nelle mie citazioni verrà sempre indicata come Phyllostachys Bambusoides Bambusoides.
Fatta questa precisazione, ecco le 22 sottospecie che si sono originate nel corso dei millenni dalla specie madre, ma si tratta solo di quelle note, dal momento che ad ogni fioritura si generano nuove sottospecie e ce ne potrebbero essere di nuove ancora non scoperte dal momento che l'ultima fioritura del Madake non è tanto lontana nel tempo (negli anni 70 del XX secolo).
01 phyllostachys bambusoides ALBOMARGINATA 02 phyllostachys bambusoides ALBOVARIEGATA 03 phyllostachys bambusoides ALLGOLD 04 phyllostachys bambusoides AUREA 05 phyllostachys bambusoides CASTILLON 06 phyllostachys bambusoides CASTILLON INVERSA 07 phyllostachys bambusoides CASTILLON INVERSA VARIEGATA 08 phyllostachys bambusoides GENICULATA 09 phyllostachys bambusoides GOLDEN DWARF 10 phyllostachys bambusoides JOB'S SPOTS 11 phyllostachys bambusoides KASHIRODAKE 12 phyllostachys bambusoides KAWADANA 13 phyllostachys bambusoides LACRIMEDEAE 14 phyllostachys bambusoides MARLIAC 15 phyllostachys bambusoides McCLURE'S CASTILLON 16 phyllostachys bambusoides NIGROSTRIATA 17 phyllostachys bambusoides RETICOLATA 18 phyllostachys bambusoides RIBLEAF 19 phyllostachys bambusoides RICHARD HAUBRICH 20 phyllostachys bambusoides SUBVARIEGATA 21 phyllostachys bambusoides TANAKAE 22 phyllostachys bambusoides WHITE CROOKSTEM [ABS (2007); Barlow Snow (2003)]
I bamboo non sono tutti uguali e ciò vale anche per le sottospecie. Rispetto alla resistenza al gelo, i phyllostachys bambusoides sono grosso modo simili, garantendo un limite di sopravvivenza al congelamento abbastanza alto, compreso tra i -15 ed i -20 °C. Rispetto alle dimensioni, enormi sono invece le differenze tra una sottospecie e l’altra, passando dai 15 cm di diametro per 20 m di altezza della specie madre, ai 2.5 cm di diametro per 4 m di altezza del phyllostachys bambusoides golden dwarf. |
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Madake | il corridore giapponese: 5 cm l'ora text and photo by Thomas Allocca
L'eccezionale crescita che può sviluppare un bamboo non ha eguali nel mondo vegetale, per tempi di crescita rispetto alla biomassa prodotta. A seconda della specie variano diametro e altezza, ma grosso modo il completo sviluppo delle nuove canne avviene tra i 30 ed i 120 giorni. C'è però un bamboo che pur non essendo il più gigante tra i giganti, ha comunque il record mondiale di crescita: 5 cm l'ora, lo si può osservare crescere ad occhio nudo in uno degli spettacoli più affascinanti della Natura. E' il madake, il bamboo per eccellenza, il più duro al mondo, il corridore giapponese. La crescita record si è registrata con 121 cm in appena 24 ore, 5 cm l’ora, circa 1 mm al minuto. |
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Madake | soluzione naturale ai dissesti idrogeologici text by Thomas Allocca photo by Michele Carretta Alluvioni, inondazioni, smottamenti, incendi, terremoti, in quanto eventi naturali non sono prevedibili, non si possono evitare... ma si possono prevedere ed assecondare! La natura non fa paura se saggiamente prevista e assecondata, e assecondare la natura vuol dire investire in prevenzione. Riguardo nello specifico la minimizzazione della vulnerabilità territoriale dal rischio di dissesto idrogeologico, la soluzione più saggia, da un punto di vista sia economico che ambientale, è la forestazione. Con la forestazione delle aree a rischio inondazione e smottamento, a differenza degli altri interventi possibili, la risorsa albero è di eccezionale valore, ma più degli alberi lo è il bamboo ed in modo particolare il madake, sia per la sua rusticità e resistenza a qualunque tipo di terreno e clima sia arido che nevoso, sia per l'imponente apparato radicale e dei rizomi fitti e durissimi da spezzare. La maggior parte degli eventi naturali a carattere distruttivo (alluvioni, inondazioni, incendi, terremoti) sono imprevedibili, e sia rispetto al quando che al dove che al come, ma non può dirsi lo stesso riguardo ai relativi danni in quanto dipendenti per lo più da quanto l’uomo sia pronto ogni volta a convivere con gli eventi naturali, ad assecondarli per quanto imprevisti. Rispetto ad esempio al rischio inondazioni e smottamenti a causa di alluvioni, la possibilità di stimare con precisione quando e dove e con quale intensità un alluvione si verifichi, per quanto sofisticati possano essere i modelli di simulazione di previsione meteo, si tratterà pur sempre di prevedere eventi naturali dunque inevitabili, dinamici, soggetti a così tante variabili che ancora non esistono computers, e mai ne esisteranno, adatti a colcolarle tutte. La quantità e la intensità dei relativi danni rimane dunque pur sempre variabile in funzione non tanto del quando e dove ma del quanto si è pronti al fenomeno, alla precauzione adottata con adeguate strutture, infrastrutture, e non meno adeguati comportamenti di reazione. La riduzione della vulnerabilità territoriale rispetto ad un fenomeno naturale a carattere potenzialmente distruttivo, è dunque direttamente proporzionale non tanto all’intensità del fenomeno quanto alla non prevenzione nei confronti dello stesso, prevenzione che in termini pratici vuol dire non tanto previsione del quando e dove ma delle dinamiche e delle sistemiche potenziali conseguenze su beni e vite umane. Rispetto al rischio di dissesto idrogeologico esistono diversi interventi per evitare o comunque limitare i danni territoriali a seguito di una inondazione. Esistono misure di prevenzione indirette e dirette. Misure di prevenzione indirette sono sostanzialmente: (1) il monitoraggio idrometrico dei bacini; (2) il monitoraggio pluviometrico delle aree geografiche. Tenendo costantemente sotto controllo l’acqua a terra e quella che piove dal cielo si ha in effetti una maggiore capacità di previsione di eventuali rigonfiamenti dei bacini. Misure di prevenzione dirette sono invece sostanzialmente: (1) gli interventi di sbarramento (esterni all’alveo per frenare e diradare le acque in caso di inondazione o alzando gli argini per contenere maggiore acqua ed evitare così l’inondazione); (2) gli interventi di ampliamento (con l’allargamento dell’alveo si aumenta la sua capacità di portata e quindi si riduce la possibilità di evasione delle acque); (3) gli interventi frenanti (con la creazione di alvei terrazzati e anse per ridurre la velocità di scorrimento dunque il rischio di smottamenti degli argini per la forte erosione laterale); (4) gli interventi di miglioramento percolante (aumentando la capacità di assorbimento del suolo marginale l'acqua in piena filtra nel sottosuolo più velocemente fermandosi prima); (5) ma l’intervento più efficace in termini di rapporto costi/benefici è senza dubbio quello della forestazione delle aree a rischio, lungo cioè gli alvei per ridurre soprattutto il rischio di smottamento degli argini in caso di rigonfiamento del bacino, e considerata la capacità riproduttiva degli apparati radicali di alberi e bamboo, certamente un bambuseto garantisce nel minor tempo una maggiore superficie ingabbiata. Con il madake, l'apparato radicale può scendere anche fino ad un metro nel suolo mentre i rizomi creano una rete inestricabile per una profondità di circa mezzo metro, coprendo ogni metro quadrato, una fitta soletta armata di mezzo metroben più efficace delleradici delpiù imponente sistema arboreo possibile oggi ad esempio con le acacie, le più utilizzate a tale scopo. L’utilizzo del bamboo, ed in particolare del madake, nella minimizzazione della vulnerabilità territoriale rispetto al rischio di dissesto idrogeologico, ha diversi vantaggi. Non solo si ha un intervento dal minimo impatto ambientale rispetto ogni altro intervento possibile, ma a costo quasi nullo, poiché ogni pianta coprirà non meno di 100 mq già solo nei primi due-tre anni. Rispetto ad una piantumazione arborea, quella con il bamboo ha inoltre il vantaggio che il bambuseto può essere inteso come fonte produttiva anche di legno indipendentemente dall'apparato radicale, tagliando infatti le canne non diminuirà il potere consolidante dell'apparato radicale, cosa che invece non si può fare con l'albero che se tagliato, con lui muore l'apparato radicale. Il vantaggio di un bambuseto, rispetto ad esempio ad una piantumazione arborea, è inoltre dovuto alla maggiore copertura di suolo con apparati fogliari lineari e multidirezionali e non puntuali, mitigando maggiormente il rischio di dilavamento superficiale con la frattura delle acque meteoriche. Si consideri ad esempio che con una copertura forestale del 50%, un suolo soggetto a pioggia media di 50 mm l’ora, non consente più del 2% di deflusso superficiale dell’acqua piovana con la conseguenza di appena 1 q di erosione ad ettaro. Basta far scendere la percentuale di copertura forestale al 30% per avere un deflusso superficiale non del 4% ma superiore al 15% ed una erosione superficiale non di 2 q/ha ma superiore a 10 q/ha. Se la copertura forestale è invece pari al 5%, il deflusso superficiale è superiore al 90% con una erosione superficiale superiore a 100 q/ha. [Lega Ambiente (2001)] Una precisazione. Il concetto di rischio e quello di vulnerabilità sono due concetti differenti. Mentre il concetto di rischio definisce la probabilità di danni, quello di vulnerabilità definisce nello specifico l’intensità dei danni al verificarsi di un rischio. In sostanza, per fare un esempio concreto, rispetto ad un alluvione, la probabilità di inondazioni e smottamenti rientra nei rischi mentre i danni in termini di vite umane e perdite economiche per distruzione rientra nella definizione di vulnerabilità territoriale. E’ ovvio dunque che anche un numero elevato di rischi, se affrontati nel modo adeguato, saranno relativi ad una vulnerabilità territoriale bassa, così come, d’altra parte, bastano anche pochi rischi associati ad una inadeguata politica di prevenzione per determinare una elevata vulnerabilità territoriale. E’ il caso ad esempio dei terremoti in Giappone, tra le aree sismiche più attive ed intense del pianeta, dove però non si hanno tante vittime e danni quanto in molti altri paesi, Italia compresa, se messi a confronto rispetto all'intensitàdei terremoti e i danni e le vittime conseguenti. |
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Guadua | nuovo legno per l’architettura europea text by Thomas Allocca photos by Guadua Bamboo Costa Rica
Delle oltre 1500 specie di bamboo note al mondo, il Guadua Angustifolia e il Guadua Aculeata del Centro e Sud America sono tra le più giganti. Risorsa lignea autoctona, è in uso e coltivazione da sempre, ma le sue potenzialità si stanno rivelando incredibili soprattutto dal 2008, attirando attenzione sia di designers che di scienziati forestali da tutto il mondo. Perché dal 2008? Perché la sua fioritura, avvenuta tra il 2008 ed il 2009 ha portato una grande quantità di semi che si stanno utilizzando per piantagioni spropositate capaci tra due anni di soddisfare non solo il mercato americano ma anche quello europeo. La velocità di crescita del bamboo in generale e la sua flessibilità, le sue enormi potenzialità sostenibili sia di produzione che di prestazioni tecniche sono ormai note da anni anche in Europa, continente estraneo alla cultura del bamboo, e questo grazie sia alla crescente attenzione della stampa specializzata che di ricerche universitarie tra cui eccelle in Italia il Politecnico di Torino, ma è in modo particolare ad alcune specie di bamboo che bisogna prestare attenzione nel campo specifico dell’architettura perché non tutte sono adatte ma alcune sono eccezionali ancor più del legno d’albero. Il Phyllostachys Bambusoides Bambusoides ad esempio, noto in Giappone con il nome di Madake, è certamente uno dei bamboo temperati a crescita monopodiale (running bamboo, cioè bamboo invasivo che cresce in ogni direzione e senza limite di espansione) tra i più duri al mondo e maggiormente resistente sia ai diversi terreni che ai climi anche fino a -20°C, ed è certamente il più usato e prezioso in Giappone tanto nell’artigianato quanto nell’architettura, ma i più grandi bamboo al mondo e più veloci nella crescita sono certamente quelli tropicali, i simpodiali a crescita bulbosa (clumping bamboo, bamboo cioè non invasivi che crescono a cespuglio senza invadere il terreno circostante) con dimensioni che possono giungere 30 cm di diametro e 30 metri di altezza. I bamboo delle specie Dendrocalamus Asper, Dendrocalamus Giganteus, Guadua Angustifolia e Guadua Aculeata sono ad esempio tra i più impressionanti e veloci nella crescita con produzione di biomassa impensabile rispetto ai tempi degli alberi da legno, ma necessitano di climi tropicali e in Europa sarebbe difficile produrli. Nonostante ciò, è importante la loro conoscenza, ed in particolare dei Guadua, perché con la globalizzazione dei mercati e le facilitazioni delle importazioni dei materiali da qualunque parte del mondo non è praticamente più giustificabile la non adozione di materiali adeguati poiché stranieri, a maggior ragione se la loro elevata produzione ne agevola anche i costi di mercato rendendoli competitivi con altri materiali magari locali ma più costosi per minore produzione o maggiore industrializzazione. E’ il caso del bamboo, di certo un materiale nuovo per il settore edilizio europeo, e ancor più per quello italiano dove il semplice legno ha ancora le sue grandi difficoltà ad emergere (o meglio a riemergere) dopo il grande uso medievale e poi il completo abbandono a vantaggio di pietra e mattone nei secoli successivi fino all’acciaio e al cemento armato che oggi ancora dominano il paesaggio urbano delle città italiane, ma il bamboo è un materiale a cui la stampa specializzata e gli esperti del settore stanno riconoscendo una potenzialità incredibile sia in termini economici che ecologici, e anche a confronto con prestazioni tecniche del legno arboreo, sia massiccio che ingegnerizzato.
Interessante in tal senso può essere considerata l’analisi di confronto tra una piantagione di bamboo della specie Guadua Angustifolia e una piantagione di alberi da legno della specie Teak, sempre più pregiato e costoso. Dall’analisi, emerge infatti non solo un maggiore vantaggio del bamboo rispetto al Teak in termini di produzione, e dunque economici, ma anche in termini ecologici per le diverse necessità, gli adattamenti, e le ricadute ambientali. In linea generale, la differenza tra un albero da legno e un bamboo da legno è data dal tempo. Un albero cresce fino alla sua dimensione massima in decine di anni, centinaia nel caso delle Querce e Conifere, migliaia nel caso delle Sequoie, non meno di 20 anni nel caso del Teak, e una volta tagliato è andato per sempre, bisogna piantarne un altro e aspettare gli stessi anni. Con il bamboo, nonostante sia classificato a livello botanico come una graminacea, in sostanza un’erba, si ottiene legno in modo infinito anche quando si inizia a tagliarlo, perché raggiunta la maturità in mediamente 4 anni, dall’anno successivo alla maturità, ogni nuova canna è delle dimensioni massime, che nel caso del Guadua è 20-30 metri di altezza per 15-20 cm di diametro.
Evento eccezionale che ha condotto alla riscoperta dei Guadua è stata l’ultima fioritura (tra il 2008 e il 2009). I bamboo fioriscono in tempi diversi, alcune specie nel corso di qualche anno, altri nel corso di decenni, altri anche dopo un secolo, e la cosa straordinaria ancora inspiegata dalla scienza, è che la fioritura avviene contemporaneamente in ogni parte del mondo generando nuove specie. Il Phyllostachys Bambusoides Bambusoides ad esempio fiorisce ogni 120 anni e la sua ultima fioritura è avvenuta negli anni 70 del XX secolo. Riguardo ai Guadua la loro ultima fioritura ha prodotto una quantità incredibile di semi soprattutto in Costa Rica da cui oggi la grande disponibilità di piante per la coltivazione da legno, ma si tratta di bamboo tropicale del tipo clumping e la sua riproduzione avviene anche per talea,cosa molto più semplice e produttiva rispetto ai running bamboo. Le nurseries di Guadua del Costa Rica sono oggi dunque ricchissime e pronte ad esportare bamboo da legno in tutto il mondo per il prossimo secolo.
Tornando al confronto Guadua vs Teak, se una piantagione di Guadua richiede appena 400 piante ad ettaro, disposte a distanza di 5 metri, una piantagione di Teak richiede 2500 piante per ettaro a distanza di 2 metri. Maggiore investimento iniziale per il Teak, maggiore cura dovuta alle potature necessarie nel corso dei primi 5 anni per ottenere tronchi dritti e privi di ramificazioni, ma soprattutto minore resa economica rispetto a quanta massa legnosa produce invece il Guadua nell’arco dello stesso tempo. Sulla base dell’esperienza del Costa Rica si è calcolato che dopo appena il quarto anno della messa a dimora delle piante madri, e così poi ogni anno successivo senza dover ripiantarne, ogni ettaro di Guadua produce mediamente 6000 nuove canne annue, e tagliandone solo il 25% si hanno 1500 canne annue di 20-30 metri di lunghezza per 15-20 cm di diametro ovvero una massa legnosa commerciabile pari a non meno di 30-45 km lineari di bamboo con diametro a valore strutturale. E questo ogni anno da un solo ettaro. Ebbene, se si considera che l’associazione delle canne può portare alla realizzazione di elementi strutturali sia in forma di pilastro che in forma di trave lineare che in forma di trave reticolare di sezioni praticamente illimitate e con un peso inferiore anche al legno di Abete per la cavità strutturale delle canne di bamboo, stupisce quanto ancora sia poco nota e applicata la tecnologia del bamboo soprattutto in Italia dove il vantaggio economico sarebbe ben poca cosa rispetto ad esempio a quello dell’antisismicità delle strutture per la elevata sismicità della penisola italiana.
Di estrema importanza è infine l’aspetto del fissaggio del carbonio e la produzione di ossigeno atmosferico. Il bamboo è noto per la sua notevole produzione di ossigeno dato l’enorme apparato fogliare, ma è soprattutto importante per il fissaggio del carbonio che trasforma in biomassa. Data la sua enorme e continua produzione di canne, un bamboo gigante come il Guadua produce mediamente il 20% in più di ossigeno di una stessa superficie forestata con piantagione arborea e la sua quantità di biomassa è stata valutata intorno alle 50 tonnellate per ettaro annui, con un fissaggio di carbonio maggiore, in appena 5 anni, di quanto ad esempio può fare in Centro e Sud America una piantagione di Teak che fissa in 40 anni appena 120 t di C/ha contro le 150 t di C/ha del Guadua in 1/8 del tempo. |
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Guadua | i metodi di riproduzione "basale" e "chusquin" text by Thomas Allocca photo by Guadua Bamboo Costa Rica
La specie guadua angustifolia è tropicale di tipo "clumping", si riproduce dunque o per seme o per scissione radicale o per talea. Le prime due riproduzioni, possibili anche con i bamboo temperati del tipo "running", danno risultato positivo al 100%, il successo della riproduzione per talea invece, possibile solo con i bamboo clumping, nel guadua angustifolia si riduce al 50%. Per ovviare questo inconveniente, negli anni 90 del secolo scorso si è studiato un doppio sistema di riproduzione per talea che ha dato risultati sorprendenti.
Sperimentati dal National Center for Bamboo Research of Colombia in collaborazione con la Caldas University of Colombia e l’International Center of Research and Training in Agriculture of Mexico, questi due metodi sono stati chiamati metodo “basale” e metodo “chusquin”.
Il metodo basale consiste nel recidere rami basali al di sotto del 18° nodo della canna e dividerli in superiori, mediani e inferiori. Ogni ramo viene tagliato in tre parti che si indicheranno ancora come superiore, mediana e inferiore. Ogni sezione ottenuta, di 5 cm circa, con almeno un nodo e un bocciolo, viene invasata con terreno e sabbia in rapporto 3:1 e riposta in serra con temperatura di 30°C e umidità al 75%. La riuscita è del 100% con le sezioni mediane dei rami mediani, tra i 20 e i 40 giorni dall’invasamento, del 50% con le altre sezioni. [Hormilson Cruz Rios (1995 june)]
Il metodo chusquin deriva dall'esperienza indigena colombiana. Da rizomi di canne oltre il settimo anno di età spuntano piantine alte non più di 30 cm. Queste piantine sono dette in Colombia "chusquines". In assenza di semi, queste piantine sono l’unica risorsa naturale per preservare la specie, ma sono state anche il pretesto e l’ispirazione per un metodo sperimentale di propagazione del guadua angustifolia che oggi risulta infallibile. Dotate di un buon apparato radicale con radici da 0.1 a 1.5 mm, stelo che varia dal colore verde chiaro al rosso scuro, di altezza tra i 10 e i 30 cm, foglie di 1 cm di larghezza e 5-7 cm di lunghezza, queste piantine vengono tenute in serra a 30°C con il 95% di umidità e irrigate con 4 mm d’acqua al giorno in vasi 30x30x30 cm. Ogni 12 giorni si fertilizzano con 76 gr di azoto/mq e dopo tre mesi ogni piantina riproduce dalle otto alle dieci nuove piantine per ognuna delle quali si può ripetere l’operazione di riproduzione. Con questo sistema, la cui resa è del 95-98% in serra, del 25-30% in campo aperto, si è sperimentato che ogni piantina iniziale può produrre dalle 4000 alle 10000 piantine l’anno. [Hormilson Cruz Rios (1995 june)] |
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References ABS American Bamboo Society (2007), Phyllostachys bambusoides (madake), www.americanbamboo.org, © ABS American Bamboo Society, Encinitas, California, USA
Barlow Snow (2003), Phyllostachys bambusoides (madake), w ww.plantnames.unimelb.edu.au, © The University of Melbourne, Melburne, Australia
Hormilson Cruz Rios (1995 june), Propagation of Guadua angustifolia, in INBAR (1995 june)
INBAR (1995 june), Bamboo, People and the Environment. Proceedings of the Fifth International Bamboo Workshop and the IV International Bamboo Congress (Ubud, Bali, Indonesia) 19-22 June 1995, Volume 1, Propagation and Management, by INBAR International Network for Bamboo and Rattan, EBF Environmental Bamboo Foundation, Government of the Netherlands, IPGRI International Plant Genetic Resources Institute, IDRC International Development Research CentreLega Ambiente (2001), Acqua che scorre. Progetto di educazione ambientale, © Lega Ambiente, Roma, Italia Salleh Mohd Nor (1995 june), The Global Environmental Debate: the Role of Bamboo, in INBAR (1995 june)
Thomas Allocca (2010), Wooden Architecture of Norway. Brief of a neverended story, from Viking Age to Nowadays, book, next to be published, cover and index on www.wooden-architecture.org |
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